Lo Sri Lanka è stato il mio primo viaggio in Asia. È arrivato all’improvviso, alla fine di un capitolo importante della mia vita, in un momento carico di incertezze e ansie sul futuro. Avevo bisogno di staccare, di uscire dalla quotidianità per respirare.
Mi ero laureata da poco, senza neanche riuscire a godermi davvero il traguardo. Gli ultimi mesi erano stati un susseguirsi di turni lunghi, straordinari, settimane senza pause. Mi sentivo svuotata, come se stessi andando avanti per inerzia, senza più ascoltarmi.
In Sri Lanka ho ritrovato il tempo. Un tempo lento scandito dai gesti, dai sorrisi, dai rituali. La foto che accompagna questo racconto è stata scattata durante una celebrazione in un tempio buddhista: uomini e donne avanzano scalzi sulla sabbia, vestiti di viola, portando strutture decorate e piume di pavone. I loro movimenti sono sincronizzati, collettivi. Nessuno emerge sugli altri, eppure ognuno è essenziale.
È stata una delle prime volte in cui ho sentito davvero il significato di sangha: la comunità. Non come concetto astratto, ma come esperienza concreta di cammino condiviso. In quel momento ho percepito anche karuna, un concetto spesso menzionato dalla nostra guida Kande: la compassione, non come pietà, ma come attenzione profonda verso l’altro, come presenza.
E poi il karma, che questo viaggio mi ha insegnato a viverlo non come destino o punizione, ma come responsabilità gentile: ogni gesto lascia un segno, ogni scelta ha un peso. Anche prendersi una pausa, anche fermarsi.
Quel viaggio non ha risolto tutto, ma ha aperto uno spazio. Mi ha insegnato che rallentare non è una fuga, e che a volte per ritrovarsi bisogna prima perdersi, lontano, in silenzio, insieme agli altri.

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